La gestione delle specie sovrabbondanti richiede obiettivi di conservazione chiari, una pianificazione scientifica e una regia pubblica
Ho deciso di scrivere anch’io qualcosa sul cosiddetto DDL caccia, ma, vista la piega che ha preso il dibattito, credo sia necessario partire un po’ più da lontano.
Più che discutere del merito delle modifiche proposte, infatti, il confronto sembra essere rapidamente scivolato sul solito terreno del “caccia sì, caccia no”. Da una parte c’è chi descrive l’attività venatoria come una pratica «barbara e disumana», incompatibile con la conservazione della biodiversità e praticata nell’interesse di una ristretta minoranza. Dall’altra c’è chi difende il ruolo del cacciatore, richiamando anche la filosofia del DDL, che gli attribuisce una funzione di “bioregolatore”, necessaria per contenere l’aumento di alcune specie considerate oggi sovrabbondanti. La questione, però, è molto più complessa.
La caccia è davvero una delle principali cause della perdita di biodiversità?
Per rispondere bisogna innanzitutto chiarire cosa intendiamo per caccia. Per molti, ogni animale abbattuto con un’arma da fuoco è automaticamente “caccia”. Ma non è così.
Le circa 65.000 capre eliminate sull’isola di Santiago, nel Parco Nazionale delle Galápagos, nell’ambito di uno dei più importanti programmi di eradicazione mai realizzati, sono state uccise con armi da fuoco. Possiamo dire che siano state “cacciate”? Evidentemente no. Si è trattato di un intervento di conservazione, condotto da personale specializzato, finalizzato a salvare gli ecosistemi dell’isola e specie endemiche come l’iguana terrestre delle Galápagos (Conolophus subcristatus)e la tartarugra gigante di Santiago (Chelonoidis darwini).
Per caccia, almeno nel contesto italiano, intendiamo invece un’attività ludica, regolata dalla legge. È questa la definizione sulla quale vale la pena ragionare, anche se può non piacere è quella che, a mio giudizio, rende meglio l’idea.
Cosa ci insegnano le estinzioni?
Se prendiamo come riferimento la Red List della IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), che rappresenta il principale database mondiale sulle specie estinte e minacciate, emerge un quadro molto diverso da quello spesso raccontato nel dibattito pubblico.
Un’analisi pubblicata da Tershy et al. (2015)* mostra che la principale causa delle estinzioni documentate dal 1500 a oggi è rappresentata dalle specie aliene invasive (42%), seguite dalla distruzione e frammentazione degli habitat (28%), dal sovrasfruttamento delle risorse naturali (20%) e dall’inquinamento (2%). Tutte le altre cause, considerate insieme, rappresentano circa l’8%. Tra queste rientra anche l’uccisione diretta da parte dell’uomo, responsabile dell’estinzione di alcune specie.
L’esempio più famoso è quello della colomba migratrice (Ectopistes migratorius), probabilmente l’uccello più abbondante del pianeta fino all’Ottocento, quando enormi stormi oscuravano il cielo del Nord America. Fu sterminata nel giro di pochi decenni, con l’avvento delle armi da fuoco più efficienti, non per passatempo, ma per un gigantesco sfruttamento commerciale: la sua carne era molto richiesta e decine di migliaia di esemplari venivano abbattuti ogni giorno per essere venduti nei mercati.
Una sorte analoga toccò all’alca impenne (Pinguinus impennis), un grande uccello marino incapace di volare, che viveva nell’Atlantico settentrionale e fu cacciato fino all’estinzione per la carne, il grasso, le piume e le uova.
Lo stesso accadde al quagga (Equus quagga quagga), una particolare forma di zebra sudafricana, sterminata per la carne e perché considerata concorrente del bestiame domestico, e all’antilope azzurra (Hippotragus leucophaeus), una rara antilope del Sudafrica scomparsa alla fine del Settecento.
Altre specie furono invece perseguitate perché considerate nocive o pericolose. È il caso del tilacino (Thylacinus cynocephalus), il cosiddetto “lupo della Tasmania”, eliminato dopo decenni di taglie governative; del warrah (Dusicyon australis), unico mammifero terrestre delle isole Falkland, sterminato dagli allevatori; della tigre di Bali (Panthera tigris balica), scomparsa nel 1937; e del parrocchetto della Carolina (Conuropsis carolinensis), abbattuto perché ritenuto dannoso per i frutteti.
Questi esempi hanno però una caratteristica comune: non si trattava di caccia ludica, bensì di sfruttamento commerciale o di campagne sistematiche di persecuzione.
Il punto debole del DDL
Questa riflessione porta a una conclusione forse banale, ma importante. La caccia, praticata come attività ludica, difficilmente conduce una specie all’estinzione, per un motivo molto semplice: se la specie scompare, scompare anche la stessa attività ludica.
Al contrario, chi pratica la caccia ha normalmente interesse a mantenere abbondanti le popolazioni delle specie di proprio interesse. Non è un caso che, storicamente, siano stati effettuati numerosi ripopolamenti di lepri e fagiani e, quando ancora era consentito, anche di cinghiali o altri ungulati.
Ed è proprio qui che, a mio giudizio, emerge il principale limite del DDL. L’impostazione di partenza è condivisibile: oggi alcune specie hanno raggiunto densità tali da provocare danni all’agricoltura, incidenti stradali e effetti negativi sulla biodiversità. Il problema è lo strumento individuato per affrontare la questione.
In oltre quarant’anni di attività professionale ho conosciuto moltissimi cacciatori, ma non ne ho mai incontrato uno che sperasse di trovare, anno dopo anno, meno cinghiali, meno fagiani, meno lepri, meno caprioli o meno cervi nei territori che frequentava. Al contrario, ho visto molte persone impegnarsi affinché queste specie diventassero sempre più abbondanti.
Questo significa che il cacciatore non può contribuire alla gestione della fauna? Assolutamente no.
Possiede esperienza, conoscenza del territorio e capacità operative che possono essere preziose. Ma la gestione delle specie sovrabbondanti — e ancor più gli interventi di eradicazione — richiede obiettivi di conservazione chiari, una pianificazione scientifica e una regia pubblica.
In questo contesto i cacciatori possono dare un contributo importante, ma all’interno di programmi definiti e coordinati da professionisti della gestione faunistica, perché il contenimento delle popolazioni non può dipendere esclusivamente da un’attività che, per sua natura, ha finalità ricreative ed obiettivi diversi.
*Tershy, B.R., Shen, K.-W., Newton, K.M., Holmes, N.D. & Croll, D.A. (2015). The Importance of Islands for the Protection of Biological and Linguistic Diversity. BioScience.
https://www.greenreport.it/editoriale/62899-ddl-caccia-prima-degli-slogan-guardiamo-i-dati-la-gestione-delle-specie-sovrabbondanti-richiede-obiettivi-di-conservazione-chiari-una-pianificazione-scientifica-e-una-regia-pubblica?fbclid=IwY2xjawTL7E5leHRuA2FlbQIxMQBicmlkETFJTm5taHdHYXhTRHkzTjRRc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHvTgheAgxbffppTjWtuJlqF0tuoxTIBXIRRjL4WVZ1ggHtxe72iMHiZy9JUV_aem_rvY0q03mSsgFppVs_RnUJA
